SIMBïòSI 
s. f. [dal gr. συμβίωσις «convivenza», comp. di σύν «con, insieme» e βιόω«vivere» (der. di βίος «vita»)]

Il significato letterale di simbiosi è: associazione o coesistenza, stretto rapporto, compenetrazione di elementi diversi.
Viene da pensare al perché di questo titolo, scelto per l’evento conclusivo della stagione culturale per lo spazio espositivo della Ass.Cult. “Il Frantoio”. La spiegazione risiede proprio nel significato più puro della parola simbiosi: coesistenza; in questo caso una coesistenza di forme d’arte e di pensieri che hanno avuto un luogo d’incontro unico per l’appunto la sala espositiva dove ora vi trovate e dove ora state leggendo queste parole; la sala espositiva del Frantoio.
Nella stagione culturale 2019 abbiamo avuto tre importanti eventi artistici:
La decima edizione del PhC Capalbio Fotografia, incentrata sulla relazione tra spazio ed essere umano sia da un punto di vista fisico, che in rapporto all’Io interiore, alla memoria e ai ricordi.
La residenza d’arte a cadenza biennale Treeline, quest’anno con il tema della natura riguardante il mare e il contesto di nature differenti che lo circondano, come i moti celesti, le misteriose vie sottomarine e le scogliere/spiagge create nel corso dei millenni dalle mani sapienti e ispiratrici di Madre Natura.
La mostra sulla street art. Questa mostra collettiva voleva stimolare una riflessione sulle complessità legate ai vari linguaggi delle street art stessa: come collocare una manifestazione artistica nata per strada all’interno delle mura di una galleria? Attuare un transfer fisico e portare all’attenzione al puro significato che rimane comunque nelle opere.
Abbiamo voluto cucire insieme questi tre temi come un puzzle in cui tasselli diversi, con un’anima slegata ma funzionale all’immagine finale, andranno a far affiorare l’opera finita; il dialogo tra tre tematiche che si evolve poi in un filo conduttore unico, una simbiosi in cui andranno a coesistere e dialogare per creare nuovi immaginari, nuove idee oppure nuove domande. Crediamo che sia la logica conclusione di una stagione culturale intensa e variegata.
Gli artisti che dialogheranno con le loro opere sono:
Dimitri Angelini, che con le sue fotografie ci porta a passeggio nel lungolago affacciato ad ovest di Orbetello, dove l’acqua si interseca con la terra, con la sponda che permette di passeggiare poco sopra lo specchio liquido della laguna maremmana. Le foto della serie hanno una componete molto ambigua: si ha una visione di luce e di ombra che va a giocare con il cielo plumbeo e minaccioso, con le ombre nascoste del terreno e con l’acqua scura della laguna. Si entra in una sorta di non luogo, un “sottosopra” di un universo parallelo, dove si può ritrovare la fascinazione della paura che suscita istintivamente un punto di naturale incontro: cielo, acqua, luce, oscurità, terra, vegetazione e manufatti umani si miscelano in inquadrature chiuse, che riempiono l’occhio quasi a provocarne una fruizione claustrofobica. Gli squarci tra vegetazione e cielo fanno invece respirare e rilassare l’occhio dello spettatore, offrendo una veduta più ampia del momentum. Queste foto, dalla forte componente – mi si passi il termine – lynchiana, proiettano lo spettatore in una camera psicologica dell’Io personale del fotografo, della situazione vissuta in quell’attimo: la visione personale di una breve passeggiata tra tre componenti alchemiche ­– terra, acqua e aria ­­– amalgamate dai lampi artificiali del Lichtblitz fotografico.
L’uso del plexiglas, nelle opere di Vittorio Campana, muove lo sguardo anche “dietro” la fotografia. La trasparenza del materiale usato consente allo spettatore di andare oltre il piano bidimensionale della stampa fotografica, permette all’occhio di osservare una sorta di tridimensionalità, effetto che si crea quando lo spettro luminoso colpisce la stampa attraverso il materiale trasparente, proiettando delle ombre su un altro piano focale. Questo effetto di ombre e luci ci permette di seguire percorsi meno convenzionali rispetto a una classica visione fotografica. Campana ci mette di fronte a una originale e intimistica visione degli ambienti urbani; una sorta di stereo visione, ma non su piani ottici orizzontali, bensì su geometrie impilate in una torre di richiami su di un piano focale verticale. L’artista effettua una ricerca sia sulla fotografia che sulla pura fisicità ottica, con occhio intimo verso gli spazi pubblici e più scientifico e costruttivista verso le architetture pure. Edoardo Figara usa differenti media per esprimere i suoi concetti del percepito visivo. Questo giovane artista maremmano, fa uso di differenti materiali, come vecchi televisori, foglie, ecc. per destabilizzare la percezione della visione dell’opera come entità precisa e lineare. Il lavoro di Figara è indirizzato alla variazione della sfocatura e alla granulosità che può derivare da essa o viceversa; basti vedere le opere dove utilizza TV a tubo catodico, dove i fasci di elettroni non compongo un’immagine definita, ma creano invece un’immagine perennemente latente che immerge lo spettatore nel void di un falso infinito televisivo, dove, come in un gioco, i famosi “puntini” (elettroni) sparati dal tubo catodico formano una figura da collegare con l’opera intera. Dinamiche le pitture su variazioni materiche, che in alcuni casi rimandano a pitture preistoriche in cui vengono però interpretati simboli della caotica modernità, ed in altri sembrano invece richiamare una sorta di puntinismo astratto. È proprio il puntinismo a creare una dimensione multicolore ma statica che, allacciandosi alle opere “televisive” (dinamiche e più monocrome), crea universi opposti ma che si intersecano in una sorta di magnetismo iconico. NoEyes, con le sue opere di carattere “signico”, ci propone una ripetizione del simbolo – ma anche di cambiamento dello stesso – con contaminazioni di street art e con una profondità concettuale sul ripetersi del momento. Esse rispecchiano infatti differenti sensazioni e personalità, il tutto è dettato da un'unica forma, che nella sua semplicità si contrappone alla vita sociale, frenetica e ricca d'immagini. Nelle opere di NoEyes si può notare un ripetersi compulsivo, quasi monotono, di un segno archetipico, che può ricordare un simbolo runico, ancestrale o extraterrestre; questa forza simbolica si può notare soprattutto nei gesti pittorici consequenziali, come un mantra che mira ad indurre una sorta di visione, di presa di coscienza, dinamica e con variazioni infinite; in termini musicali potrebbe venire in mente il Bolero di Maurice Ravel. Bruno Pellegrino crea con la sua arte pittorica/ritrattistica un’estrazione pura e quasi psicoanalitica del soggetto ritratto. I fendenti forti e secchi, che al primo sguardo possono comunicare rabbia o inquietudine non ci devono distrarre dalle linee sincere e dalla bellezza materica di cui fa uso Pellegrino e che, dopo una più attenta osservazione dell’opera, ci portano a uno stato d’animo meno inquieto, più amichevole: si ribalta così la situazione iniziale e ci soffermiamo a capire chi possa essere o cosa possa pensare la persona ritratta durante la formazione. Le espressioni dei ritratti e le pennellate a volte scarne a volte più ricche, rimandano sul piano ritrattistico a una sorta di  Neue Sachlichkeit nostrana, un estrapolare l’essenza pura senza tanti vezzi o abbellimenti. Questa “estrazione” (non da un punto di vista tecnico, ma solo nel suo potere iconico) la si può rivedere anche in opere di street artists come JefAerosol, o per altri versi e con altri metodi, nelle composizioni pittoriche dei Miaz Brothers.
Lapo Simeoni esplora varie tecniche espressive attraverso un utilizzo molto particolare dei materiali i quali, intenzionalmente abbinati a differenti concetti (si veda l’opera WIND/MIND), permettono alla sua arte di contemplare i risvolti della nostra contemporaneità. L’arte di Simeoni affronta tematiche profonde, invitando l’osservatore a porsi delle domande, a mettere in discussione gli stereotipi imperanti (come ad esempio i “ritratti” dei monumenti nelle piazze di Italia), i mezzi d’informazione, ma soprattutto a interrogarsi su questioni la responsabilità sociale. Senza dimenticare il passato, ma amplificandone anzi la memoria: un esempio di questo momento atavico si può ritrovare nell’opera “Ildebranda” che, con chiari riferimenti agli Etruschi e alle pitture primitive, ci vuol comunicare una connessione da preservare con la nostra memoria. Le foto in bianco e nero di Bilal Tarabey rappresentano un po’ un rincorrersi di due forme molto popolari d’arte: la street photography – che più o meno cerca di mostrare persone in un ambiente – e la street art – che cerca invece di “abbellire”, anche in senso critico verso la società, l’ambiente circostante. Con le foto fatte nelle strade di Beirut, Tarabey vuole omaggiare queste forme d’arte e fonderle in un unico momento. Il taglio classico del bianco e nero, le linee in alcuni casi più pulite, in altri più confuse, il ritmo a volte serrato e a volte più statico, la “messe in scena” di situazioni quotidiane con sfondi pittorici di street artists libanesi, fanno di questo progetto un esempio molto intimo delle intenzioni dell’artista: unire moltitudini di realtà e mostrare la correlazione Ambiente-Arte-Persona. Il progetto ha anche assunto un importantissimo senso documentario, in quanto alcune opere non ci sono più. Il progetto fotografico di Tanya Traboulsi è stato creato dentro a una falegnameria, luogo prima abbandonato e poi occupato dai militari durante la guerra civile in Libano. Le pareti spoglie divennero delle tele su cui i soldati scrivevano le loro speranze e i loro sogni. Questo materiale – foto, poster, immagini sacre, nomi e carte strappate – ci avvicina a delle persone che volevano lasciare anche solo un messaggio, un ricordo di sé stesse, per non cadere irreversibilmente nell’oblio della guerra. Un muro semplice, spoglio, freddo, diventa una tela dove poter scrivere qualche frase d’affetto o d’odio, poter attaccare la foto di una donna o di un combattimento di box in modo da ricordare momenti felici e poter andare avanti: è così che un oggetto morto si trasforma in un oggetto vivo, custode di Memoria.


Artisti: Dimitri Angelini, Vittorio Campana, Edoardo Figara, Giulia NoEyes, Bruno Pellegrino, Lapo Simeoni, Bilal Tarabey, Tanya Traboulsi.
Titolo: Simbïòsi
Vernissage: 30 agosto 2019, 19.00-22.00; c/o Ass.Cult. “Il Frantoio”.
A cura di: Dimitri Angelini
Date: 30 agosto-30 settembre 2019, 19.00-23.00.
Da lunedì a domenica o su prenotazione.

INFO:  Ass.Cult. “Il Frantoio”, Piazza della Provvidenza 10, 58011 Capalbio (GR)
mc.monaci@hotmail.it    -   +39 3357504436
angelini.dimitri@gmail.com   -   +39 3290943246