Tex e Magico Vento, i due volti del West
in collaborazione con Sergio Bonelli Editore​​​​​​​
Una generazione, quella degli attuali quarantenni, ha scoperto soltanto con Soldato blu  che la storia del West non era fondata sulla duplice identificazione cowboy= buono, indiano=cattivo. Una mistificazione che allora apparve sorprendente, ma solo per chi non aveva mai letto la saga di Aquila della Notte, Tex Willer. La generazione precedente (o almeno una parte, s’intende), seppur non immunizzata, aveva ricevuto proprio da Tex Willer gli anticorpi per non “bere” la storia del Far West raccontata -dal John Ford di Ombre Rosse e dai suoi successori- come una lotta tra il Bene e il Male ­questo sempre e soltanto personificato nei “selvaggi” pellirosse.
Tex Willer ha avuto, per me e tanti altri, uno straordinario impatto educativo, oltre al piacere di leggere-guardare le storie. Ha fatto capire, prima di tutto, che la lettura della Storia scritta dai vincitori va sempre interpretata con prudenza, perché forse i buoni non erano poi così buoni e i cattivi tanto cattivi. E poi che il ranger era uno straordinario mix tra il boy scout e il cowboy: onesto, leale, tollerante ma inflessibile nei confronti dei disonesti, violenti, sleali, intolleranti. Di più: anche se è made in Italy (il capostipite degli sceneggiatori del fumetto era Giovanni Luigi Bonelli), Tex Willer è un americano doc, dunque con lui il lieto fine è garantito, dunque vince sempre l’onestà, la lealtà, la legge, l’onore, la difesa dei deboli.
E per i ragazzi a fine anni Cinquanta Tex Willer , insieme al figlio  e a Kit Carson,  appare come il buono dai saldi principi, accolto in famiglia dai Navajos ma avversato da giacche blu corrotte e dai faccendieri che sulle guerre contro gli indiani  realizzavano profitti. Una funzione non solo educativa ma istruttiva, nel senso di un insegnamento storico non  retorico e scontato, insomma non meramente agiografico. Fu grazie a Tex Willer che riuscii a dubitare della versione che i film fornivano dello scontro al Little Big Horn, con la clamorosa sconfitta del Settimo Cavalleggeri di quel mediocre ma vanitoso e arrogante generale Custer. I buoni e i cattivi erano anche tra gli indiani, e questo serviva a capire la complessità delle relazioni umane, e ad arginare la deriva verso le conclusioni più facili e scontate. Ma erano pur sempre fumetti, i giornali bonelliani su Tex, e in quella mia adolescenza  divertivano ed educavano, anche per la fantasia che riuscivano ad eccitare. Per esempio la saga degli scontri con Steve Dickart, il vero nome ormai quasi dimenticato di Mefisto, sconfinava nel soprannaturale, rendendo così più eroica la vittoria di Tex. E grazie anche a queste variazioni sul tema non c’era partita con altri fumetti (Intrepido, Capitan Miki, ecc.), tanto che oggi la storia del ranger ha superato già i cinquant’anni, e continua ad essere seguita  -nonostante l’affollamento di proposte d’altissimo livello, basti pensare al Dylan Dog di Tiziano Sclavi- da una folta schiera di aficionados, nuovi ma anche agée, nei decenni fedeli. 
[Daniele Protti]
In principio fu Tex. Mio padre possedeva la collezione completa. Un giorno, con un amico, ci mettemmo a contare quanti nemici aveva spedito Tex al Creatore nelle sue avventure. Arrivati ad una cifra superiore a cinquecento, solo nei primi dieci numeri del fumetto, smettemmo. Dopo questo conteggio, macabro come qualche volta si può essere a quell’età, avevamo solo dieci anni, incominciammo a leggere veramente le avventure del Ranger e dei suoi Pards. Improvvisamente tutto il mondo mitico della Frontiera fatto di saloon, accampamenti, indiani, giacche azzurre, colt , winchester e stregoni cominciò a far parte del mio immaginario quotidiano. L’appuntamento con l’edicola divenne immancabile e fra gli sbuffi del padre che non trovava il giornaletto, perché spesso nascosto da qualche parte per finirlo in pace, continuavano le avventure. Giù lungo il Mississipi sui battelli con le grandi ruote alla caccia di Mephisto e di suo figlio Diablero, a cavallo nelle praterie insieme a Kit Karson con la sua voglia “una grande bistecca con una montagna di patate fritte, innaffiata da una gigantesca birra gelata”. I silenzi, interrotti da poche frasi lapidarie, di Tiger Jack, il navajo svelto di coltello, rude balia asciutta del giovane Kit, figlio di Tex. La magia coniugata con l’avventura e la morte, quella dei tanti nemici di Tex, ma anche di qualche alleato. Un anno dopo scoprii i fumetti della Marvel, proprio quelli che in questi ultimi anni sono stati trasformati in film da Hollywood: X-Men, Spider Man, I fantastici quattro e tutti i loro cattivissimi nemici decisi a distruggere la terra ed a rendere schiavi i suoi abitanti, immaginario sempre presente nel sentire americano. Contemporaneamente si facevano largo gli italiani con le loro strisce. Su tutti Guido Crepax con la sua Valentina, procurata dagli adulti di casa, e Hugo Pratt con “La ballata del mare salato” e le storie oniriche di Corto Maltese. L’adolescenza trascorse dunque fra crociere in mari esotici e strane avventure con il marinaio di Pratt. Poi abbandonai il fumetto per una serie di anni per riscoprirlo intorno ai trenta con Dylan Dog, grazie ad una sorella minore che se ne era invaghita, fumettisticamente parlando. Di nuovo un fumetto italiano insieme alle storie post atomiche di un grande italiano perduto troppo presto: Andrea Pazienza; infine Moebius, in cui ogni vignetta è un quadro da museo. Oggi la mia personale frontiera è rappresentata da quasi tutti i fumetti che mi capitano sotto mano. Una via di fuga alla portata immediata della mia mano e del mio pensiero. Naturalmente il selvaggio West, rivisitato da casa nostra, di Tex e degli altri pards ha conservato un posto privilegiato nel mio cuore. Ancora la sensazione di libertà trasmessa da quei tratti in bianco e nero rimane per me il simbolo di un’epoca che non c’è più, dove si poteva voltare il cavallo e cambiare per sempre la direzione della propria vita. Forse per quello, nei miei ricordi, c’è tanto rimpianto per quelle tavole e per quel cavallo ormai scomparsi dietro i calendari che si accumulati nel frattempo. [Francesco d’Ayala]